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Adriano Nicosia: lo Stato, il buon senso e la cultura del “beati gli ultimi”.

Adriano Nicosia: lo Stato, il buon senso e la cultura del “beati gli ultimi”.

Il coronavirus, tragedia e flagello dei nostri giorni, è stato capace di mostrare tutte le debolezze dello Stato Italiano, della sua classe dirigente di funzionari di Stato, della sua inutile classe politica senza idea di Stato.

Giorno 31 marzo, sulla trasmissione Cartabianca, ho ascoltato con interesse un imprenditore che si rivolgeva a un noto politico che da cinquant’anni condiziona ancora le politiche della “barca” Italia.

Prima la salute e poi l’economia”, sembrava essere questo lo slogan. Peccato che in questa disgrazia non abbiamo laboratori sufficienti, non abbiamo biologi, non abbiamo abbastanza medici, posti letto, da dieci anni non produciamo più dispositivi di protezione e da altrettanti abbiamo depotenziato la Sanità di 37 miliardi di euro.

Qualcuno mi venga a spiegare, nell’attuale contesto, come inquadriamo la prima parte dello slogan: “Prima la salute”. Il dato di fatto, quello certo, è solo uno: il virus non conosce burocrazia, non fa sconti all’inefficienza e va dritto per la sua strada alla velocità che gli compete.

Adriano Nicosia contro LiguoriNon voglio disquisire in merito alle misure che dovrebbero essere adottate a soccorso della nostra economia, su come affrontare il vero e proprio rilancio per non far sparire le aziende dallo scenario economico, il dibattito è stato misero e con un senso preciso: la classe imprenditoriale, anche se non guadagna, deve mantenere il sistema.

La verità è che questa crisi sarà ribaltata e pagata dalle aziende e dai piccoli imprenditori. Avremo un’economia atterrata e, come al solito, segno distintivo di questo paese, i privilegi sempre salvaguardati: il dipendente pubblico sarà garantito, i manager plurimilionari garantiti, i politici garantiti, l’imprenditore deve far debito per il suo mancato incasso.

Come dire: “Io non ho incassato, mi è consentito di far debito nella misura del mancato incasso per poi restituirlo senza interessi.”. Sarebbe come dire al dipendente pubblico: “Io non ti pago due mensilità; per queste contrai debito per campare, ma lo dovrai restituire”. Ovviamente, per loro non è così.

Perché tutto questo? Non è un destino improvvisato. Io andrei a fare una ricognizione di tipo culturale negli anni che ci hanno preceduto e mi farei una piccola domanda: quali sono state e sono ancora le culture dominanti nel nostro paese?

Il problema che noi dobbiamo porci è quello di determinare oggi una nuova cultura dello Stato che sia una cultura dello Stato nella democrazia, nella libertà, riconoscendo interessi popolari come punto di partenza di uno Stato.

Questa cultura è venuta a mancare nel nostro paese e si aggancia a un altro problema che riguarda lo Stato, ma poi si espande a tutta la nostra società: la mancanza di una buona classe dirigente a cominciare da una classe dirigente di funzionari di Stato.

Che cosa si è verificato nel corso degli anni nel paese Italia? Per poter ben esprimere questo concetto dobbiamo far ritorno alle culture egemoni che sono dilagate dagli anni ’60 in poi. Si sono sviluppate le culture all’insegna della demeritocrazia. Tutte culture che sono partite dal presupposto del “beati gli ultimi”, “i peggiori saranno i migliori”, l’egualitarismo organizzato scendendo e livellando verso il basso; perfino a scuola è nato il voto politico.

Un altro grande limite che si è coltivato e che emerge nel nostro Paese è stato quella che possiamo definire la cultura della deresponsabilizzazione.

In Italia non si sa mai chi è il responsabile. Tu chiedi: “Chi è stato?”, tutti, come al gioco dello schiaffo, alzano la mano o nessuno.

È questa la cultura del nostro paese. Una cultura che non può far altro che produrre una democrazia irresponsabile, una democrazia in cui nessuno risponde a nessuno di niente; una totale fuga dalle responsabilità e dalle decisioni.

Da qualche tempo, nascono i surrogati della decisione, nascono i commissariamenti, dappertutto ci sono i commissari: dai partiti ai comuni.

Credo che oggi sia importante lanciare nel nostro paese la necessità di una rivoluzione meritocratica, di una rivoluzione fondata sul merito, di una rivoluzione fondata sulla selezione: è un termine che finora ha fatto paura perché magari qualcuno pensa che nel suo significato racchiuda l’esclusione di altri, dei più deboli.

Non è così, la selezione è intesa per la competenza, per quelli che devono occupare ruoli di responsabilità e dove si richiede una certa preparazione. In Italia abbia avuto medici e primari “sistemati” dalla politica, e quando l’uomo politico che li aveva “sistemati” si trovava in stato di bisogno, andava nelle cliniche private. 

Oggi dobbiamo avere il coraggio di dirlo, così come dobbiamo avere il coraggio di dire che questo Paese va ripensato per ricostruire un’economia più solida, onesta, che vada anche nella direzione di un riconciliamento delle regioni con la massima Istituzione dello Stato.

Adriano Nicosia 

Adriano Nicosia, Adriano Nicosia , Adriano Nicosia 

Nell’immagine: I Bari di Caravaggio